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Tredici Pietro e il nuovo album “Non guardare giù”: «Ora mi sento meno impostore, papà dice che è bello»

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Il rapper bolognese torna con un disco intimo, libero e “incoerente”, tra riflessioni personali, ricerca musicale e un rapporto complesso ma affettuoso con il padre Gianni Morandi

“Non guardare giù” è il disco della maturità: 13 brani nati da una lunga ricerca artistica tra suoni, parole e città

Tredici Pietro, al secolo Pietro Morandi, torna con un nuovo album dal titolo “Non guardare giù”, in uscita venerdì 4 aprile. Un lavoro che lui stesso definisce “enormemente incoerente”, ma proprio per questo profondamente autentico: un disco che racconta in musica sguardi, pensieri, insicurezze e consapevolezze maturate in due anni intensi di vita e scrittura.

Il progetto arriva dopo oltre un centinaio di provini e prende forma tra Bologna, Milano e varie tappe europee, intrecciando rap, trap, soul, drum&bass, rock italiano e sonorità urban ibride. «Volevo tornare al mio suono, fare musica e anche sbagliare. Continuare a lavorare per sentirmi più consapevole dei miei mezzi», racconta Tredici Pietro. L’obiettivo era chiaro: sentirsi a proprio agio con ciò che si stava creando.

Il disco, coprodotto da Sedd e Fudasca, vede anche la partecipazione di una squadra ampia di producer, tra cui Tommaso Ottomano, Galeffi Bros, Chakra, Mantovani, Milanezie, Kofi Bae, Drast, Rivaundici, Verano, Kermit e Cali Low. Ad anticipare l’album sono stati i singoli “Verità”, “Morire” (con Nerissima Serpe), “Serve amore” (con Irbis) e “Tempesta”, realizzata insieme a Lil Busso e PSICOLOGI, già compagni di viaggio artistico.

Tredici Pietro: «Ho vissuto la sindrome dell’impostore, ma ora so chi sono. E mio padre mi ha detto che il disco gli piace»

Pietro racconta un percorso artistico e umano non sempre facile. Ha sofferto a lungo della sindrome dell’impostore, sentendosi fuori posto nel mondo della musica, soprattutto per il cognome che porta: «Ho sempre temuto di togliere spazio a qualcuno. Ora non è più così. Ho fallito, ho visto le cose andare bene e anche meno bene, ma ho visto anche restare chi è davvero interessato a ciò che faccio».

L’approccio alla musica nasce in modo spontaneo, grazie a una professoressa di italiano che alle medie lo incoraggiò a scrivere poesie. Il rap è diventato così un modo per esprimersi senza confrontarsi direttamente con l’ombra ingombrante del padre, Gianni Morandi. «Volevo fare musica, ma non essere giudicato per il cognome. Sapevo che mi avrebbe preceduto sempre. Ora sono sereno con quello che vivo».

Il titolo dell’album, “Non guardare giù”, è sia una provocazione sia un invito. «Viviamo costantemente a testa bassa, persi nei cellulari. Guardare troppo in basso può farti vedere solo spazzatura, ma se non guardi a fondo rischi di pensare solo a te stesso. È un equilibrio difficile, che racconta anche il mio rapporto con questa società».

Una riflessione emerge anche su Milano, città dove si è trasferito per amore e lavoro: «Mi ha fatto sentire sbagliato. Milano ti trasforma, ti impone valori che non sono i tuoi. È la città della performance. All’inizio mi ha fatto sentire più piccolo di quello che ero». Ma da questa tensione è nato un disco ricco di sfumature, che rappresenta un punto di svolta nel suo percorso artistico.

Infine, parlando del padre, Pietro chiarisce: «Non c’è frattura tra noi, ma siamo due mondi diversi che fanno fatica a comunicare. Troviamo però punti in comune. Lui non è di molte parole, ma mi ha detto che il disco gli è piaciuto. E tanto basta».

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