
L’Accademia della Crusca boccia schwa e asterischi considerandoli “simboli introdotti artificiosamente”
L’Accademia della Crusca dice no a schwa ed asterischi. «I principi ispiratori dell’ideologia legata al linguaggio di genere e alle correzioni delle presunte storture della lingua tradizionale non vanno sopravvalutati, perché sono in parte frutto di una radicalizzazione legata a mode culturali. Queste mode hanno d’altra parte un’innegabile valenza internazionale, legata a ciò che potremmo definire lo “spirito del nostro tempo”. Questa spinta europea e transoceanica non va sottovalutata».
«È da escludere nella lingua giuridica l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati. Va dunque escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (“Car* amic, tutt quell* che riceveranno questo messaggio…”). Lo stesso vale per lo scevà o schwa», afferma l’Accademia della Crusca.

Meglio evitare anche la duplicazione di generi
L’Accademia scoraggia anche l’uso della duplicazione di generi, come ad esempio “care amiche e cari amici”, in nome del sempre più diffuso politicamente corretto. Meglio utilizzare «forme neutre o generiche (per esempio sostituendo “persona” a “uomo”, “il personale” a “i dipendenti”), oppure se ciò non è possibile il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare». Questo si può utilizzare anche riferendosi «in astratto all’organo o alla funzione, indipendentemente dalla persona che in concreto lo ricopra o la rivesta». In altre parole, è corretto dire “il Presidente del Consiglio” anche se c’è una donna a ricoprire l’incarico.
Infine, l’Accademia sconsiglia l’uso dell’articolo di fronte al nome, perché recentemente considerato offensivo: «Non entriamo nelle ragioni di questa opinione, che riteniamo scarsamente fondata. Tuttavia, per quanto estemporanea e priva di motivazioni fondate, l’opinione si è diffusa nel sentimento comune, per cui il linguaggio pubblico ne deve tener conto».